Arianna aveva assunto la posizione da arrabbiata: la testa appoggiata al finestrino dell’auto, le braccia incrociate e le gambe rannicchiate fin quasi a toccare il mento con le ginocchia. Zitta e muta da quando erano partiti. Suo padre aveva provato a fare lo splendido un paio di volte, mentre guidava, fissandola dallo specchietto retrovisore: Ehi là dietro c’è qualcuno che parla troppo!, poi aveva capito che non era aria. Suo fratello accanto a lei era troppo intento a chattare sul telefonino per accorgersi se stava al mondo. Era andata avanti così, fino a dopo Pergine, quando sulle prime curve della val dei Mocheni la mamma si era girata di scatto, con aria severa:
- Arianna, Filippo! Non voglio vedere musi. Su ci aspetta Edoardo… il dottor Edoardo Masi, sono sicura che sarete gentili con lui. Ormai siete grandi e questo affare ci coinvolge tutti.
- E io sono vestita da schifo - sbraitò Arianna. Cercò di non guardarsi nemmeno: scarponi, maglione grosso, pantaloni di velluto a coste. Neanche andassero al polo Nord.
- Dai Arianna, lo sai. Palù è a millequattro di altezza. E la baita sarà ghiacciata, sempre se potremo ancora entrarci. Probabilmente cade a pezzi.
La baita, già. Per quello che la ragazza aveva capito, forse era subentrato un nuovo proprietario. Il notaio Masi, che era un amico di famiglia, era stato piuttosto vago però nella sua mail. Diceva solo che aveva bisogno di vederli - tutti e quattro! - su alla baita, e che la questione era urgente, anche se mancavano ormai pochi giorni al Natale. Papà aveva convocato allora la mitica Riunione di Famiglia. Dall’ultima era passato un sacco di tempo. Forse dai tempi del primo lockdwon per il Covid. Brutta storia. Arianna e Filippo sapevano che le riunioni di famiglia non portavano mai nulla di buono. In ogni caso, non era servita a granchè: neanche papà e mamma sapevano perchè il loro amico notaio li voleva tutti alla baita. L’ipotesi era che quella vecchia villetta, appartenuta a un fratello del nonno, un prozio che ormai da tanti anni se n’era andato a vivere in Germania e di cui non si erano avute più notizie, fosse stata venduta ad altri. Magari lo zio Augusto era morto, chissà.
Lungo la strada e i tornanti che salivano su per la valle dei Mocheni Arianna ripensò ai tanti Natali felici passati in quella baita, quando lo zio Augusto e la zia Maria erano ancora a Trento. Ci passavano tutte le feste, assieme ai cugini, più grandi di loro, e ai nonni.
La ragazza si rannicchiò ancora di più, come se volesse abbracciarsi. Guardò fuori dal finestrino: la neve fresca che copriva la campagna e i boschi più in alto, le ombre della sera che risalivano da sotto, le lucine colorate sui balconi delle case. Se ripensava alla zia Maria le veniva il magone. Da quando non c’era più lo zio e i cugini si erano trasferiti in Germania, e amen. Anche la baita di Palù era stata lasciata al suo destino. Ma lì dentro, Arianna ne era sicura, c’era ancora lo spiritello del Natale che li aspettava: lo zio Augusto era bravo a imitarne la vocetta stridula, raccontando mille storie alla sera della vigilia, mentre aspettavano i doni. Era uno spiritello magico, diceva lo zio, perchè faceva fermare il tempo esattamente quando la gente si abbracciava per farsi gli auguri, e quegli abbracci allora potevano durare all’infinito. Lui lo chiamava il Tempo degli affetti. Era bello sentirglielo dire, perchè i suoi occhi grigi si illuminavano di colpo.
- Siamo arrivati - annunciò suo padre. La baita era appena fuori al paese, circondata da un ampio giardino e dagli abeti. Quando scesero dalla macchina, videro Edoardo davanti alla porta, con dei fogli in mano. Il vialetto d’ingresso sembrava ripulito da poco: Arianna si aspettava di trovare cumuli di foglie e di rami, dopo anni e anni di incuria, e invece anche la facciata della casa era bianca candida, come tinteggiata di fresco. Il notaio aprì la porta e li fece entrare.
Un’ondata di calore li investì. E un profumo buono: di pulito, di casa. Tutti e quattro seguivano l’amico notaio senza fiatare. Cos’era successo? Possibile che l’ipotetico nuovo proprietario avesse già rimesso mano a tutto? Non ebbero il tempo di altre congetture. Vennero accolti da un piccolo boato di voci e di urla festanti. C’erano tutti: i tre cugini, ormai adulti, con quelle che probabilmente erano le loro mogli e dei bambini che si stringevano timidi alle loro gambe, mentre poco più in disparte, seduti sul divano, c’erano perfino i nonni Gustavo e Anna, con un sorriso commosso stampato in faccia. Il fuoco crepitava nel caminetto. Ovunque addobbi di Natale.
- Benvenuti a tutti! O forse dovrei dire Willkommen an alle!
Lo zio Augusto apparve da dietro tutte le teste. Certamente molto più vecchio di come Arianna se lo ricordava: ma era lui, l’avrebbe riconosciuto anche solo dalla voce.
Vi fu un altro boato festante. Poi si abbracciarono tutti, quasi senza parlare, con gli occhi umidi.
Era andata così. Che lo zio aveva deciso di trascorrere la sua vecchiaia di nuovo nel suo amato Trentino, proprio lì, in quella baita. Con i risparmi di una vita l’aveva rimessa tutta a posto. Giusto in tempo per il Natale. Aveva voluto fare una sorpresa a tutti. Sarà come un tempo, disse.
Arianna però sentiva che non era proprio tutto tutto come un tempo. Si avvicinò alla finestra, appoggiò la fronte al vetro gelido. Assunse la posizione da triste.
Si ritrovò lo zio accanto a lei.
- Io lo so a cosa pensi.
- Non è proprio come un tempo - sussurrò Arianna. - Manca lei, la zia.
Lo zio rifece la voce dello spiritello del Natale:
- Ne sei proprio sicura? - gracchiò. Un lampo gli attraversò gli occhietti grigi:
- Guarda fuori.
Arianna strizzò gli occhi. Il cortile stava per essere inghiottito dall’oscurità. All’improvviso vide in lontanza un braccio, sventolato nell’aria, come di qualcuno che la stesse salutando. Gli parve perfino di riconoscere quella sagoma alta e slanciata.
- Zia! - riuscì a dire soltanto. Fece anche lei un timido gesto di saluto, poi si rese conto che quel braccio era semplicemente un ramo sbatacchiato dal vento, e la sagoma era quella di un piccolo abete.
Oppure no?
- Te lo ricordi ancora il Tempo degli affetti, vero?
Arianna annuì. Era lo zio a parlare, adesso, o lo spiritello?
- Lo sai quanto fa durare gli abbracci…
- Sì. Per un tempo infinito.
Arianna capì e sorrise. Il tempo degli affetti faceva durare tutte le cose belle.
Le venne da canticchiare Last Christmas degli Wham, come quando era piccola, mentre fuori ricominciava a nevicare e quel ramo, o quel braccio, continuava a salutarla.