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Un racconto ha il potere di rappresentare il tempo,
di far sognare, viaggiare e riflettere.
Le parole diventano strumenti per andare altrove.

Questi racconti, di pochi minuti scritti dalla penna di Danilo Fenner, vogliono essere una
delicata condivisione sul valore del tempo dedicato a noi stessi
e agli altri.

troverai in sequenza dall'ultimo al primo racconto...buona lettura

quinto racconto

il tempo degli affetti

Arianna aveva assunto la posizione da arrabbiata: la testa appoggiata al finestrino dell’auto, le braccia incrociate e le gambe rannicchiate fin quasi a toccare il mento con le ginocchia. Zitta e muta da quando erano partiti. Suo padre aveva provato a fare lo splendido un paio di volte, mentre guidava, fissandola dallo specchietto retrovisore: Ehi là dietro c’è qualcuno che parla troppo!, poi aveva capito che non era aria. Suo fratello accanto a lei era troppo intento a chattare sul telefonino per accorgersi se stava al mondo. Era andata avanti così, fino a dopo Pergine, quando sulle prime curve della val dei Mocheni la mamma si era girata di scatto, con aria severa: 

- Arianna, Filippo! Non voglio vedere musi. Su ci aspetta Edoardo… il dottor Edoardo Masi, sono sicura che sarete gentili con lui. Ormai siete grandi e questo affare ci coinvolge tutti.

- E io sono vestita da schifo - sbraitò Arianna. Cercò di non guardarsi nemmeno: scarponi, maglione grosso, pantaloni di velluto a coste. Neanche andassero al polo Nord.

- Dai Arianna, lo sai. Palù è a millequattro di altezza. E la baita sarà ghiacciata, sempre se potremo ancora entrarci. Probabilmente cade a pezzi.

La baita, già. Per quello che la ragazza aveva capito, forse era subentrato un nuovo proprietario. Il notaio Masi, che era un amico di famiglia, era stato piuttosto vago però nella sua mail. Diceva solo che aveva bisogno di vederli - tutti e quattro! - su alla baita, e che la questione era urgente, anche se mancavano ormai pochi giorni al Natale. Papà aveva convocato allora la mitica Riunione di Famiglia. Dall’ultima era passato un sacco di tempo. Forse dai tempi del primo lockdwon per il Covid. Brutta storia. Arianna e Filippo sapevano che le riunioni di famiglia non portavano mai nulla di buono. In ogni caso, non era servita a granchè: neanche papà e mamma sapevano perchè il loro amico notaio li voleva tutti alla baita. L’ipotesi era che quella vecchia villetta, appartenuta a un fratello del nonno, un prozio che ormai da tanti anni se n’era andato a vivere in Germania e di cui non si erano avute più notizie, fosse stata venduta ad altri. Magari lo zio Augusto era morto, chissà.

Lungo la strada e i tornanti che salivano su per la valle dei Mocheni Arianna ripensò ai tanti Natali felici passati in quella baita, quando lo zio Augusto e la zia Maria erano ancora a Trento. Ci passavano tutte le feste, assieme ai cugini, più grandi di loro, e ai nonni. 

La ragazza si rannicchiò ancora di più, come se volesse abbracciarsi. Guardò fuori dal finestrino: la neve fresca che copriva la campagna e i boschi più in alto, le ombre della sera che risalivano da sotto, le lucine colorate sui balconi delle case. Se ripensava alla zia Maria le veniva il magone. Da quando non c’era più lo zio e i cugini si erano trasferiti in Germania, e amen. Anche la baita di Palù era stata lasciata al suo destino. Ma lì dentro, Arianna ne era sicura, c’era ancora lo spiritello del Natale che li aspettava: lo zio Augusto era bravo a imitarne la vocetta stridula, raccontando mille storie alla sera della vigilia, mentre aspettavano i doni. Era uno spiritello magico, diceva lo zio, perchè faceva fermare il tempo esattamente quando la gente si abbracciava per farsi gli auguri, e quegli abbracci allora potevano durare all’infinito. Lui lo chiamava il Tempo degli affetti. Era bello sentirglielo dire, perchè i suoi occhi grigi si illuminavano di colpo.

- Siamo arrivati - annunciò suo padre. La baita era appena fuori al paese, circondata da un ampio giardino e dagli abeti. Quando scesero dalla macchina, videro Edoardo davanti alla porta, con dei fogli in mano. Il vialetto d’ingresso sembrava ripulito da poco: Arianna si aspettava di trovare cumuli di foglie e di rami, dopo anni e anni di incuria, e invece anche la facciata della casa era bianca candida, come tinteggiata di fresco. Il notaio aprì la porta e li fece entrare.

Un’ondata di calore li investì. E un profumo buono: di pulito, di casa. Tutti e quattro seguivano l’amico notaio senza fiatare. Cos’era successo? Possibile che l’ipotetico nuovo proprietario avesse già rimesso mano a tutto? Non ebbero il tempo di altre congetture. Vennero accolti da un piccolo boato di voci e di urla festanti. C’erano tutti: i tre cugini, ormai adulti, con quelle che probabilmente erano le loro mogli e dei bambini che si stringevano timidi alle loro gambe, mentre poco più in disparte, seduti sul divano, c’erano perfino i nonni Gustavo e Anna, con un sorriso commosso stampato in faccia. Il fuoco crepitava nel caminetto. Ovunque addobbi di Natale. 

- Benvenuti a tutti! O forse dovrei dire Willkommen an alle!

Lo zio Augusto apparve da dietro tutte le teste. Certamente molto più vecchio di come Arianna se lo ricordava: ma era lui, l’avrebbe riconosciuto anche solo dalla voce. 

Vi fu un altro boato festante. Poi si abbracciarono tutti, quasi senza parlare, con gli occhi umidi. 

Era andata così. Che lo zio aveva deciso di trascorrere la sua vecchiaia di nuovo nel suo amato Trentino, proprio lì, in quella baita. Con i risparmi di una vita l’aveva rimessa tutta a posto. Giusto in tempo per il Natale. Aveva voluto fare una sorpresa a tutti. Sarà come un tempo, disse.

Arianna però sentiva che non era proprio tutto tutto come un tempo. Si avvicinò alla finestra, appoggiò la fronte al vetro gelido. Assunse la posizione da triste. 

Si ritrovò lo zio accanto a lei.

- Io lo so a cosa pensi.

- Non è proprio come un tempo - sussurrò Arianna. - Manca lei, la zia.

Lo zio rifece la voce dello spiritello del Natale: 

- Ne sei proprio sicura? - gracchiò. Un lampo gli attraversò gli occhietti grigi: 

- Guarda fuori.

Arianna strizzò gli occhi. Il cortile stava per essere inghiottito dall’oscurità. All’improvviso vide in lontanza un braccio, sventolato nell’aria, come di qualcuno che la stesse salutando. Gli parve perfino di riconoscere quella sagoma alta e slanciata.

- Zia! - riuscì a dire soltanto. Fece anche lei un timido gesto di saluto, poi si rese conto che quel braccio era semplicemente un ramo sbatacchiato dal vento, e la sagoma era quella di un piccolo abete. 

Oppure no?  

- Te lo ricordi ancora il Tempo degli affetti, vero?

Arianna annuì. Era lo zio a parlare, adesso, o lo spiritello?

- Lo sai quanto fa durare gli abbracci…

- Sì. Per un tempo infinito.

Arianna capì e sorrise. Il tempo degli affetti faceva durare tutte le cose belle. 

Le venne da canticchiare Last Christmas degli Wham, come quando era piccola, mentre fuori ricominciava a nevicare e quel ramo, o quel braccio, continuava a salutarla.

quarto racconto

il tempo della passione

- Il papà da voi cercato potrebbe essere spento o irraggiungibile

- Non fa ridere, Filippo.

Il ragazzo guardò il padre con una faccia come dire: uh che serio! L’uomo però non smise di rimirare un quadro che aveva appena appeso a una parete della Galleria. Il quadro era piccolo, la parete molto grande e tutta vuota.

- È che sei lì da mezz’ora a fissare quel coso. Sta su da solo eh!

Suo padre non gli rispose più. Staccò il quadro, lo sostituì con un altro della stessa grandezza. A Filippo sembrava che anche il contenuto fosse lo stesso: sempre losanghe nere erano, su un guazzabuglio di colori. Carino e quant’altro, ma che ci vuole a farli, pensò. Osservò il padre che fece avanti e indietro di qualche passo, come a cercare il punto di osservazione migliore. Scommetto che se adesso gli sparo una stupidaggine, tipo che ho parlato con gli alieni - pensò Filippo - lui manco se ne accorge. Ma non disse nulla e aspettò. 

Dopo un tempo infinito, l’uomo si girò e gli fece soltanto: 

- Mmm?

Il ragazzo fece ciao con la manina: - Ah ma allora sei di nuovo fra noi!

Suo padre sembrò ridestarsi e lo fissò con aria truce. Adesso mi caccia fuori, pensò Filippo. E fuori non era il caso di andarci: da dietro la vetrata dell’ingresso il cielo sopra il quartiere di Piedicastello, tra l’Adige e il Doss Trento, si stava incupendo.

- Ti chiedo scusa, qualche volta il mio lavoro mi prende così tanto che mi perdo via.

- Qualche volta, solo?

Risero entrambi. Allora suo padre gli cinse un fianco con un braccio e lo portò davanti al quadro. 

- Dimmi che cosa ci vedi.

Il ragazzo si sforzò di trovare delle parole sensate:

- Umm. Strisce nere di stoffa incollate su una tela tutta macchiata di colore, tipo le macchie che fanno i bambini che non sanno disegnare, ma più… Più ordinate, ecco.

Suo padre sorrise. - Io ci vedo anni di studio e di perfezionamento, una passione e una dedizione assoluta al proprio talento, ore di lavoro e di riflessioni e forse anche di lacrime per comporre quello che tu chiami un coso. L’autore è uno degli artisti più quotati che abbiamo l’onore di esporre nella nostra Galleria. Il coso qui ha girato i più importanti musei di arte contemporanea del mondo. 

Filippo incassò senza fiatare. Si grattò la testa, il suo sguardo fissava la punta delle scarpe. Il padre sorrise ancora: 

- Vieni con me - disse semplicemente.

Si spostarono nel salotto attiguo, Filippo fu invitato a sedere sul divanetto. Di fronte c’era un grande schermo al plasma. Suo padre l’accese e lo collegò al pc. Dopo qualche attimo apparve una figura di donna, seduta a un tavolo, tutta vestita di rosso. Stava in una sala tipo quella della loro Galleria, ma più grande, e tutt’attorno tanta gente. A turno, una persona si sedeva davanti alla donna, al lato opposto del tavolo. Ma non facevano assolutamente niente: tutti si limitavano a fissare la donna negli occhi, per un po’. E così via, uno alla volta. Filippo guardava deluso, si sarebbe aspettato che prima o poi accadesse qualcosa: che si parlassero, che uno rovesciasse il tavolo, che tutti protestassero.

- La donna vestita di rosso - spiegò suo padre - si chiama Marina Abramović, è una delle artiste più famose del mondo. Questa performance è intitolata «The Artist is present» e si è svolta al MoMa di New York nel 2010. È tutto molto semplice: l’artista si lascia guardare dagli spettatori, uno alla volta, per lunghi minuti. Lei sta perfettamente immobile, nulla sembra smuoverla. Apparentemente, almeno.

- Perchè, succede qualcosa? - domandò Filippo speranzoso.

- Sì. Aspetta.

Passarono alcuni minuti, il ragazzo però non avrebbe saputo dire quanti perchè adesso era presissimo. Se davvero succedeva qualcosa, lui non se lo sarebbe perso. 

Dopo un bel po’, davanti alla donna vestita di rosso si sedette un tipo anzianotto, brizzolato, che sembrava faticare a trovare la posizione giusta.

- Si chiama Ulay, anche lui un artista, ma soprattutto ex compagno della donna. Non si vedevano da molti anni e…

- Ssst! - lo zittì Filippo, che aveva colto negli occhi del nuovo arrivato un luccicore strano, come di lacrime. La donna, quando lo vide, trasalì e fece quello che non aveva fatto con nessun altro spettatore. Prima sorrise. Poi pianse. E poi si sporse in avanti per afferrare entrambe le mani dell’uomo. Quanto tempo stettero lì in quella posa? Boh, Filippo non teneva più conto dei minuti. La scena era potente, emozionante, ma di un’emozione che ti toglieva il fiato, molto più di qualsiasi film drammatico o sentimentale che avesse mai visto. Quando infine quel tizio, Ulay, se ne andò via, il ragazzo sperò ardentemente che tornasse sui suoi passi.

- Posso rivederlo da capo? - domandò. Suo padre si sedette a fianco e riguardarono tutto il video alcune volte di seguito.

Quando infine ne ebbero abbastanza e lo schermo fu spento, il ragazzo stette immobile a fissare il vuoto. Aveva gli occhi lucidi. 

- Credo che tu abbia capito che cos’è la passione - fece suo padre - cioè quella cosa che ti prende così tanto da perdere la cognizione di tutto il resto e partire per un fantastico viaggio. Per me è il mio lavoro, per un artista è dipingere, per un orologiaio è ricercare una scrupolosa precisione dei movimenti meccanici, per un collezionista è spendere anni della sua vita a inseguire le opere d’arte che sogna di possedere. E per te può essere perderti nei fantastici viaggi immaginari col nonno, quando fingi di portarlo su un aereo in giro per il mondo. La passione è dedicarsi anima e corpo al tuo lavoro o ai voli dell’anima, è perdersi nella cura di un dettaglio minimo, è raccontare a un cliente come nasce un’opera d’arte, quanta complessità ci sia dietro, quanta fatica e quanta dedizione. Passione è il tempo che dedichiamo ai nostri sogni.

Fuori, una folata di vento smosse un grosso bidone, che rotolò giù per la strada. Il fracasso li fece girare verso la vetrata dell’ingresso. Però non si vedeva niente, era tutto buio. Filippo controllò l’ora sul cellulare.

- Ehi, ma sono le dieci di sera! Pazzesco. Dove se n’è andato il tempo?

Suo padre scoppiò in una risata e mentre rideva disse, sforzandosi di imitarlo:

- Il tempo da voi cercato potrebbe essere spento o irraggiungibile

terzo racconto

il tempo della fiducia

Una scatola da scarpe. Vuota, per giunta. Ma si può ricevere come regalo di compleanno una cosa così? Che poi non è neanche un regalo, sospirò Lucia.

La scatola stava sul tavolo della cucina. Così, senza un pacchetto, con sopra semplicemente un post-it che diceva: È vuota mamma, ti ricorda qualcosa? Arianna. Aveva dovuto fare uno sforzo, poi c’era arrivata: da tempo aveva promesso a sua figlia che avrebbe scucito lei i soldi per quel paio di stivaletti tanto cariiiini che erano diventati la fissazione di Arianna. Inutile dire che a vent’anni la ragazza avrebbe potuto anche provvedere a far da sè, ma ormai la promessa era stata fatta. 

Scosse la scatola, la aprì. Ma niente, neanche l’ombra di un regalino-ino-ino. Se n’è proprio dimenticata, pensò Lucia. Un velo d’ombra calò nella sua testa. 

La giornata non era iniziata nel modo migliore. Subito dopo colazione Arianna se n’era uscita di corsa, evitando le proteste della madre.

- Aspetta, mica ti ho detto di sì.

Ma la ragazza si era già involata giù per le scale.

C’era stata una discussione: Arianna le aveva comunicato (non chiesto: comunicato) che avrebbe passato la giornata con le amiche nella casa di montagna, in Bondone, e che si sarebbero portate dietro pure suo fratello. Lucia si era impuntata: che ci andate a fare a metà settembre, c’è pure un temporale e fa freddino lassù, poi la casa è tutta da sistemare, ecc. Niente, la ragazza non aveva voluto sentir ragioni. 

- Tornerete almeno per cena?

Dal fondo del giroscale salì un grido misto a una risata:

- Vedremo, mamma!

Se n’è dimenticata, sospirò Lucia. E lei che per quella sera aveva pure pensato di farsi fare una piccola torta in pasticceria. Al diavolo, me la mangerò da sola, sibilò fra sé.

Non è che poi la giornata fosse trascorsa meglio, anzi. Nel pomeriggio il cielo sopra Trento prima si era incupito e poi aveva cominciato a rovesciare di sotto tanta acqua che pareva non avesse mai piovuto. Lucia occhieggiò molte volte dalla finestra nella direzione del Bondone prima di decidersi a calarsi nella parte che le veniva meglio, ma che al tempo stesso detestava di se stessa, ovvero quella della mammina-ansiosa-che-si-preoccupa. Selezionò con cura la sua complice, e nel lotto delle madri delle amiche di Arianna scelse di chiamare Teresa, la più ansiogena di tutte. Almeno non si sarebbe sentita l’unica ridicola. 

La voce della donna però era stata, fin dal ciao, estremamente tranquilla. Anche quando le aveva detto:

- Bondone? A me risulta che siano qui in città. Mio marito ha visto poco fa il gruppetto uscire da una gioielleria del centro. 

In città? Gioielleria? Quando chiuse la telefonata Lucia era indecisa se incazzarsi o preoccuparsi. Sicuramente Arianna e Filippo avevano tradito la sua fiducia: altro che giornata in montagna! E per combinare qualche stupidaggine, tra l’altro.

Chiamò la figlia, ma il suo cellulare risultava spento. Idem quello di Filippo. Che fare? Aspettò. Una, due ore. Col telefono in mano, mentre nervosamente sistemava casa.

Quando il cellulare alla fine suonò, sembrò che le esplodesse in mano. Sullo schermo comparve il nome ARY. Lucia non fece in tempo a passare in modalità Arrabbiatura-Spinta che la figlia esordì:

- Mamma, tutto ok. Ma dovresti venire su in Bondone.

- Come dovrei? Che è successo?

Se Arianna voleva tranquillizzarla ci era riuscita nella maniera peggiore.

- Niente, davvero. Ma qui URGE la tua presenza. 

Nel giro di qualche minuto era già al volante. Divorò la strada in un tempo che le pareva di partecipare alla Trento-Bondone. Un tempone, di sicuro.

Quando fu davanti alla casetta in Vanezze - ereditata dai nonni, da sempre il rifugio fuori città della loro famiglia - vide subito che sulla porta di ingresso era stato affisso un biglietto. Lo lesse d’un fiato:

La fiducia è preziosa e delicata come una gemma: ci vuole impegno per guadagnarla e molta cura per non scalfirla.

Entrò. Le si fecero incontro i figli, con aria misteriosa. Lucia allungò il collo per sbirciare nell’interno, ma non vide nessun altro. La casa non bruciava. Non c’era stata nessuna inondazione. Pareva tutto tranquillo: forse troppo. 

- Mamma, chiudi gli occhi!

Ubbidì. Aveva altra scelta? Fu condotta a mano nel salotto attiguo all’entrata. Quando le fu permesso di riaprire gli occhi, c’era Arianna davanti a lei, tutta gongolante: tra le mani teneva una scatola per le scarpe, identica a quella che Lucia aveva trovato alla mattina. La aprì: quello che vide le fece avvampare le gote per l’emozione.

- L’acquamarina della nonna! Da dove salta fuori?

- Me la avevi affidata tu, mamma. Due anni fa, quando ho compiuto i diciotto. L’anello della nonna era tutto rotto, così io e Filippo con la complicità e l’affetto della tua gioielleria di fiducia abbiamo fatto inserire questa bellissima pietra azzurra in una collana. A spese nostre! E adesso è tua. 

- Mia? - Lucia era frastornata, commossa. Altro che stivaletti! Era quella, la collana, l’oggetto a cui aveva fatto riferimento la figlia nel post-it mattutino.

Arianna sorrise.

- Ci è sembrato il regalo perfetto per il tuo compleanno. 

Poi aggiunse, sorniona:

- Credevi forse che ce ne fossimo dimenticati?

secondo racconto

il tempo della creatività

- Atterri da fare schifo.

Il nonno aveva ragione. Filippo fece spallucce: - La prossima volta mi concentrerò meglio.

- Ah no, il vecchio Spitfire ne avrebbe a male! Pensi forse che questo vecchio arnese si ricordi di volare quando sta volando?

Il ragazzo gli rivolse un’occhiata dubbiosa. Con le massime del nonno Gustavo ci avrebbe potuto realizzare una serie infinita di reels su TikTok. Però la maggior parte delle volte non le capiva. 

Saltarono giù dall’aereo in una pista che stava in mezzo al nulla. Dov’erano capitati stavolta? Il nonno indovinò l’espressione dubbiosa del nipote: - Siamo in Bretagna, caro mio - esclamò trionfante. - Finisterre per la precisione.

Con un braccio indicò alla sua sinistra, con l’altro la parte opposta: 

- Di qua c’è Brest, ma non ci andiamo, piove sempre. Di là c’è la brughiera, vedi? E quello che ondeggia e muggisce di sotto è l’Oceano. O meglio, la Manica.

Con un balzo agilissimo furono entrambi su un altissimo promontorio, regno incontrastato dei gabbiani, tutto cosparso di licheni e fiori rossi. L’Oceano aveva onde che parevano enormi gobbe. In fondo c’era una foschia biancastra che impediva di vedere oltre, ma Filippo sapeva (non serviva essere in quarta liceo per saperlo!) che dietro quella foschia si celavano le bianche scogliere di Dover, e poi ancora più distante Londra. 

Il ragazzo fissò per un bel po’ l’orizzonte. Chiese al vento di portare via, lontano lontano, il senso di frustrazione e di rabbia che sentiva montargli dentro.

Ne parlò col nonno davanti a una fantastica Wiener Schnitzel, nel solito Biergarten di Monaco in cui si rifugiavano sempre per strafogarsi di nascosto. 

- Ummm. Rabbia e frustrazione, capisco sì.

Come diavolo faceva a capirlo? Filippo ogni tanto pensava che suo nonno fosse una specie di indovino.

- Londra. Tua madre e gli artisti che avete ospitato il mese scorso. Tua madre e la vacanza di lavoro - calcò bene su quella parola, lavoooooro - in cui vuole portarti la settimana prossima. Ma tu non vorresti, giusto?

Filippo alzò il pollice della mano, mentre addentava un lembo della cotoletta. Il nonno sorrise:

- Vieni con me.

Ma come, avevano già terminato il pranzo? Adesso erano infatti a Londra. Però a Filippo sembrava come se fossero stati dentro una macchina del tempo, perchè c’era sua madre che camminava velocemente, con lui al fianco, per le vie del centro. Ogni tanto si fermavano ad ammirare qualche monumento, come normali turisti, finché non si infilarono nella folla che assiepava l’entrata della Tate Gallery: Filippo sapeva che la sua vacanza londinese sarebbe stata tutta così. Affari da sbrigare e in mezzo qualche vago ritaglio di relax. Vacanza, tsé: la parola stessa non derivava forse dal latino vacans, cioè essere liberi? Liberi, cavoli. Li-be-ri!

Lo disse al nonno quando furono di nuovo sullo Spitfire, sopra il cielo di Trento. E prima di atterrare sul tetto della casa di Gardolo (eh, dove vuoi che vada, mica c’è più il vecchio aeroporto! protestò) il nonno Gustavo gli snocciolò un’altra delle sue massime proverbiali: 

- Tu hai ragione Filippo. Il tempo non è quella linea retta e implacabile che tutti immaginano. Il tempo è pieno di buchi: hai presente i vuoti d’aria dell’aereo? Ecco, un vuoto d’aria ti porta dove il piano di volo non aveva programmato di andare: ma quanti splendidi nuovi orizzonti puoi trovare così? Tieniti stretto il tuo diritto a non fare, a lasciarti distrarre dai pensieri in libertà. La vacanza serve a questo: a perdere la cognizione del tempo. Per ritrovare però un altro tempo, che è tutto tuo. Il tuo fantastico creativo e personalissimo vuoto d’aria.

Così dicendo il nonno girò la testa sulla poltrona e si appisolò.

- Dove avete fantasticato di andare stavolta? - La nonna si era affacciata sulla soglia del salotto con uno strofinaccio in mano.

Filippo sventolò la mano in segno di saluto mentre usciva dalla stanza. - Stavolta eravamo aviatori - sussurrò per non svegliare il nonno.

- Tu non sai il bene che gli fai. Da quando non riesce più a camminare… - La donna trattenne una lacrima, però sorrideva. - Ma non ti fermi a cena? Dove vai adesso?

- A perdere tempo, nonna. A perdere un sacchissimo di tempo.

primo racconto

il tempo dell’amicizia

Fu svegliata dal silenzio. La casa era insolitamente tranquilla. Fuori, sulla città di Trento, albeggiava appena. Sembrava prepararsi una radiosa mattina di maggio. Un paio di giovani ronfavano sul divano con ancora addosso i vestiti del giorno prima. O forse di due giorni prima. Agli artisti si perdona tutto, no? Lucia tese l’orecchio: dalle camere da letto non arrivava alcun segno di vita. Anche il resto della sgangherata factory di giovani artisti che era piovuta lì da mezza Europa per preparare la grande mostra nella sua Galleria («posso ospitarli io, che ci vuole? La casa è grande» aveva assicurato Lucia al suo socio, prima di potersene pentire) era evidentemente immersa in un sonno profondo.

Lucia fece per avviarsi verso la cucina, meditando che nemmeno una tazzona industriale di caffè l’avrebbe svegliata del tutto, ma prima si fermò a guardare dalla finestra, con la fronte appoggiata al vetro. Sotto, il cantiere del nuovo grande negozio che si stava allestendo al piano terra del palazzo di fronte era naturalmente ancora deserto, così come pure quel pezzo di via Oss Mazzurana che si offriva alla sua vista. La donna fu però colpita da una parola, scritta a caratteri molto grandi, che stava sui pannelli del cantiere: TEMPO.

Non dimentichi qualcosa? pensò. Vagò per casa alla ricerca di un pezzo di carta e di una penna. Si sedette per terra, accovacciata. Posò il foglio sul parquet del pavimento e cominciò a scrivere:

Carissima, selvatica e impareggiabile amica mia!

Da quanto tempo non scriveva una lettera? Stavolta però era diverso, si disse, stavolta è indispensabile. Continuò:

Da quando te ne sei andata, mi sono sforzata di ricordare ogni singolo dettaglio di tutto il tempo che abbiamo passato insieme. Un sforzo impossibile e ridicolo, mi diresti se fossi qui. Erica la saggia, ti ho sempre chiamata così. Avresti ragione: come ricordare una vita intera? A volte ho come l’impressione che sia volata, e che questo volo a perdifiato si sia portato via, lontano da qualche parte, anche la nostra amicizia.

Ma adesso, qui seduta sul pavimento, in un’alba quieta che entra in punta di piedi da fuori, ho capito una cosa fondamentale. Sarà per il sogno che ho fatto stanotte? Penso di sì.

Eravamo io e te, in montagna. Dovevamo salire verso una vetta lontana. Il tempo sembrava non passare più. All’improvviso mi hai presa per mano e mi hai condotta verso un piccolo bosco. Hai scavato per terra: subito sono affiorati alcuni gioielli, pietre preziose, un piccolo tesoro.

Quando mi sono svegliata, ho capito. Quello che vale davvero, il nostro «tesoro», non è quanto dura il nostro cammino né dove siamo destinati ad arrivare: quello che conta sono gli affetti, le persone che ci stanno vicine, perché sono loro la misura del valore del nostro tempo.

Lucia si fermò, con la penna a mezz’aria. Decise che avrebbe proseguito la lettera in un altro momento.

Grazie, saggia e selvatica Erica - pensò mentre si rialzava sorridendo - sei stata la misura esigente e dolcissima della nostra amicizia: è il tempo che abbiamo dedicato a noi due che ha reso questo «noi» così bello, come quel tesoro nel bosco. La meraviglia del donare agli altri il proprio tempo è tutta qui, regali a qualcuno un pezzo della tua vita che non sarà più tuo, ma proprio per questo non andrà perduto.

Un momento condiviso è un momento prezioso per sempre. Assaporò il silenzio. Poteva sentire il suo cuore che batteva forte, adesso.