- Il papà da voi cercato potrebbe essere spento o irraggiungibile…
- Non fa ridere, Filippo.
Il ragazzo guardò il padre con una faccia come dire: uh che serio! L’uomo però non smise di rimirare un quadro che aveva appena appeso a una parete della Galleria. Il quadro era piccolo, la parete molto grande e tutta vuota.
- È che sei lì da mezz’ora a fissare quel coso. Sta su da solo eh!
Suo padre non gli rispose più. Staccò il quadro, lo sostituì con un altro della stessa grandezza. A Filippo sembrava che anche il contenuto fosse lo stesso: sempre losanghe nere erano, su un guazzabuglio di colori. Carino e quant’altro, ma che ci vuole a farli, pensò. Osservò il padre che fece avanti e indietro di qualche passo, come a cercare il punto di osservazione migliore. Scommetto che se adesso gli sparo una stupidaggine, tipo che ho parlato con gli alieni - pensò Filippo - lui manco se ne accorge. Ma non disse nulla e aspettò.
Dopo un tempo infinito, l’uomo si girò e gli fece soltanto:
- Mmm?
Il ragazzo fece ciao con la manina: - Ah ma allora sei di nuovo fra noi!
Suo padre sembrò ridestarsi e lo fissò con aria truce. Adesso mi caccia fuori, pensò Filippo. E fuori non era il caso di andarci: da dietro la vetrata dell’ingresso il cielo sopra il quartiere di Piedicastello, tra l’Adige e il Doss Trento, si stava incupendo.
- Ti chiedo scusa, qualche volta il mio lavoro mi prende così tanto che mi perdo via.
- Qualche volta, solo?
Risero entrambi. Allora suo padre gli cinse un fianco con un braccio e lo portò davanti al quadro.
- Dimmi che cosa ci vedi.
Il ragazzo si sforzò di trovare delle parole sensate:
- Umm. Strisce nere di stoffa incollate su una tela tutta macchiata di colore, tipo le macchie che fanno i bambini che non sanno disegnare, ma più… Più ordinate, ecco.
Suo padre sorrise. - Io ci vedo anni di studio e di perfezionamento, una passione e una dedizione assoluta al proprio talento, ore di lavoro e di riflessioni e forse anche di lacrime per comporre quello che tu chiami un coso. L’autore è uno degli artisti più quotati che abbiamo l’onore di esporre nella nostra Galleria. Il coso qui ha girato i più importanti musei di arte contemporanea del mondo.
Filippo incassò senza fiatare. Si grattò la testa, il suo sguardo fissava la punta delle scarpe. Il padre sorrise ancora:
- Vieni con me - disse semplicemente.
Si spostarono nel salotto attiguo, Filippo fu invitato a sedere sul divanetto. Di fronte c’era un grande schermo al plasma. Suo padre l’accese e lo collegò al pc. Dopo qualche attimo apparve una figura di donna, seduta a un tavolo, tutta vestita di rosso. Stava in una sala tipo quella della loro Galleria, ma più grande, e tutt’attorno tanta gente. A turno, una persona si sedeva davanti alla donna, al lato opposto del tavolo. Ma non facevano assolutamente niente: tutti si limitavano a fissare la donna negli occhi, per un po’. E così via, uno alla volta. Filippo guardava deluso, si sarebbe aspettato che prima o poi accadesse qualcosa: che si parlassero, che uno rovesciasse il tavolo, che tutti protestassero.
- La donna vestita di rosso - spiegò suo padre - si chiama Marina Abramović, è una delle artiste più famose del mondo. Questa performance è intitolata «The Artist is present» e si è svolta al MoMa di New York nel 2010. È tutto molto semplice: l’artista si lascia guardare dagli spettatori, uno alla volta, per lunghi minuti. Lei sta perfettamente immobile, nulla sembra smuoverla. Apparentemente, almeno.
- Perchè, succede qualcosa? - domandò Filippo speranzoso.
- Sì. Aspetta.
Passarono alcuni minuti, il ragazzo però non avrebbe saputo dire quanti perchè adesso era presissimo. Se davvero succedeva qualcosa, lui non se lo sarebbe perso.
Dopo un bel po’, davanti alla donna vestita di rosso si sedette un tipo anzianotto, brizzolato, che sembrava faticare a trovare la posizione giusta.
- Si chiama Ulay, anche lui un artista, ma soprattutto ex compagno della donna. Non si vedevano da molti anni e…
- Ssst! - lo zittì Filippo, che aveva colto negli occhi del nuovo arrivato un luccicore strano, come di lacrime. La donna, quando lo vide, trasalì e fece quello che non aveva fatto con nessun altro spettatore. Prima sorrise. Poi pianse. E poi si sporse in avanti per afferrare entrambe le mani dell’uomo. Quanto tempo stettero lì in quella posa? Boh, Filippo non teneva più conto dei minuti. La scena era potente, emozionante, ma di un’emozione che ti toglieva il fiato, molto più di qualsiasi film drammatico o sentimentale che avesse mai visto. Quando infine quel tizio, Ulay, se ne andò via, il ragazzo sperò ardentemente che tornasse sui suoi passi.
- Posso rivederlo da capo? - domandò. Suo padre si sedette a fianco e riguardarono tutto il video alcune volte di seguito.
Quando infine ne ebbero abbastanza e lo schermo fu spento, il ragazzo stette immobile a fissare il vuoto. Aveva gli occhi lucidi.
- Credo che tu abbia capito che cos’è la passione - fece suo padre - cioè quella cosa che ti prende così tanto da perdere la cognizione di tutto il resto e partire per un fantastico viaggio. Per me è il mio lavoro, per un artista è dipingere, per un orologiaio è ricercare una scrupolosa precisione dei movimenti meccanici, per un collezionista è spendere anni della sua vita a inseguire le opere d’arte che sogna di possedere. E per te può essere perderti nei fantastici viaggi immaginari col nonno, quando fingi di portarlo su un aereo in giro per il mondo. La passione è dedicarsi anima e corpo al tuo lavoro o ai voli dell’anima, è perdersi nella cura di un dettaglio minimo, è raccontare a un cliente come nasce un’opera d’arte, quanta complessità ci sia dietro, quanta fatica e quanta dedizione. Passione è il tempo che dedichiamo ai nostri sogni.
Fuori, una folata di vento smosse un grosso bidone, che rotolò giù per la strada. Il fracasso li fece girare verso la vetrata dell’ingresso. Però non si vedeva niente, era tutto buio. Filippo controllò l’ora sul cellulare.
- Ehi, ma sono le dieci di sera! Pazzesco. Dove se n’è andato il tempo?
Suo padre scoppiò in una risata e mentre rideva disse, sforzandosi di imitarlo:
- Il tempo da voi cercato potrebbe essere spento o irraggiungibile…